Certo ero solo una diciasettenne senza troppe qualità da spendere per la mia riconoscibilità... eppure oggi mi guardo con un occhio più mbenevolo di allora. Forse riesco anche a volermi bene...
lunedì 19 agosto 2013
40...
Certo ero solo una diciasettenne senza troppe qualità da spendere per la mia riconoscibilità... eppure oggi mi guardo con un occhio più mbenevolo di allora. Forse riesco anche a volermi bene...
domenica 28 luglio 2013
Lacrime dolci
Un bacio ai miei amici che ancora passano di qui...
mercoledì 1 agosto 2012
L'amore fa 90
Può essere.
Ma sul significato di questo numero "90" ho le idee molto chiare e parlano senza dubbio di amore (in barba alla cabala, ai proverbi e a qualunque altra spiegazione.
Oggi il mio papà compirebbe 90 anni.
E io ero certa che li avremmo festeggiati assieme perchè non era proprio contemplato che lui se ne potesse andare...
Ogni giorno che passa percepisco che dentro di me le sue impronte sono ben segnate e ne sono oltremodo orgogliosa.
In questi ultimi mesi sto vivendo gli stessi dolori che ha vissuto lui nel corso della sua vita e, nella sofferenza e nella delusione per ciò che non mi sarei mai aspettata, mi pare che non sia senza significato che anche in questa esperienza io ricalchi i suoi passi.
So per certo che l'epilogo non sarà lo stesso perchè il suo vissuto è per me insegnamento e monito... spero invece che anche per me non si affievolisca mai l'amore per quel Dio che ci accomuna e che entrambi abbiamo rischiato di perdere per colpa di certa gente della chiesa.
Ripenso a tanti momenti del passato e alcuni li comprendo solo ora.
Mi vedi, papà?
Approvi quello che faccio?
Sosterresti le mie decisioni?
Come vorrei che tu fossi qui... e nel contempo so che sei vicino.
lunedì 13 dicembre 2010
Una... con due nomi
"Licia".
"Ehm... veramente sarebbe meglio imporle il nome di una Santa...".
"Capisco le Sue motivazione, Pre' Antoni, ma questo è il nome che ho scelto e così voglio battezzarla".
"Va bene, Menetto... ma magari le aggiungiamo un altro nome".
"Sì, così mi sta bene. Allora, visto che la battezzeremo il giorno di Santa Lucia, patrona del nostro paese, facciamo Licia Lucia".
"Perfetto... ".
Più o meno andò così.
E il 13 dicembre del 1956 mi portarono in chiesa, per la prima volta...
"Cosa chiedete per la vostra bambina?".
"Il battesimo".
E' stato un bel regalo.
Un regalo che è diventato MIO attraverso un percorso non sempre lineare. E anche in questo momento, che ho dei grossi problemi con alcuni personaggi della Chiesa e che alcune ombre fastidiose si allungano su tutta l'Istituzione, sono comunque felice di esserne parte.
martedì 30 novembre 2010
Il purillo
Lo hanno proposto alcuni allievi della Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano...
Ma l'elenco a cui faccio riferimento, complice anche uno stato d'animo non al top (effetto, forse, dei pensieri "compleanniferi"), mi ha fatto salire un nodo alla gola, mentre scorrevano davanti agli occhi e al cuore i volti di chi veniva citato e io pensavo ... al "purillo" del mio papà.
Ho voluto sottolineare con colori diversi non una classifica dei richiami più importanti ma quello che maggiormente mi ha coinvolta...
2. La chitarra di Fabrizio De Andrè
3. Il cestino di piazza della Loggia a Brescia
4. Il megafono di Federico Fellini
5. La pipa di Luciano Lama
6. La borsa di Massimo D’Antona
7. La 500 di Luigi Calabresi
8. Gli occhiali spessi di Vittorio Foa
9. Il camice di Umberto Veronesi
10. L’ orologio della stazione di Bologna
11. Il microfono di Luigi Tenco
12. Il sorriso di Enrico Berlinguer
13. Gli scarpini di Roberto Baggio
14. La tonaca di don Lorenzo Milani
15. La bicicletta di Marco Biagi
16. La barba di Tiziano Terzani
17. Gli occhiali scuri di Pier Paolo Pasolini
18. L’aereo di Ustica
19. La spilla di Rita Levi Montalcini
20. Gli occhialini tondi di Alcide De Gasperi
21. La coppa del mondo del 1982
22. La costituzione italiana
23. Il ciak di Sergio Leone
24. Il pianoforte di Maurizio Pollini
25. Il taccuino di Ilaria Alpi
26. Il cappello di Luciano Pavarotti
27. Le pipe di Sandro Pertini e Enzo Bearzot
28. Le mani di Walter Bonatti
29. La Roma di Anna Magnani
30. L’Alfa Romeo di Tazio Nuvolari
31. Le mani di Eugenio Montale
32. La borraccia di Coppi e Bartali
33. Lo sguardo di Marcello Mastroianni
34. La sigaretta Alda Merini
35. Il papillon di Luigi Pirandello
36. La luna di Papa Giovanni
37. Gli occhi di Sofia Loren
38. La bombetta di Totò
39. La fascia di Anna Maria Ortese
40. Le rughe di Italo Calvino
41. I macaroni di Alberto Sordi
42. Gli occhiali di Enzo Ferrari
43. Il caffè di Eduardo De Filippo
44. Le sopraciglia di Alberto Moravia
45. La malinconia di Aldo Moro
46. La grazia di Roberto Benigni
47. La voce di Vittorio De Sica
48. La mehari di Giancarlo Siani
49. Il dolore di Primo Levi
50. La sciarpa di Walter Tobagi
... e il purillo?
Un paio di domeniche fa ho chiesto alla mamma se avesse conservato il copricapo di mio papà. Il purillo, appunto.
La mamma lo aveva certamente tenuto da parte, ma era distrattamente finito in fondo ad un cassetto.
Alla mia richiesta lei lo preleva e mi dice "Vuoi tenerlo tu?".
L'ho preso e poi, senza farmi vedere, l'ho annusato per ritrovare il papà.
Ma non era il "ritrovamento" che volevo.
Il purillo sapeva di stantio ed era molto sciupato (chè il più nuovo era andato via con lui).
Così sono andata a chiedere in un negozio di cappelli cosa potevo fare... ben sapendo di essere poco capace di fare una cosa ben fatta.
E la signora, dopo avermi chiesto di chi fosse, si è intenerita e me lo ha rimesso a posto.
Con maestrìa e sensibilità.
Il più bel regalo che potessi avere per questo compleanno.
Perchè il purillo è nell'elenco delle cose che mi fanno sentire vicino il mio papà...
sabato 11 settembre 2010
I Sin Furlans
Come giornalista si occupò soprattutto di cronaca politica, partecipò alle grandi inchieste sull' Italia, fece servizi all' estero. Quando Montanelli fondò il suo Giornale lo portò con sé come inviato e commentatore, conoscendo il suo stile e, soprattutto, la sua onestà intellettuale. Forse anche perchè era un toscanaccio come lui...
Come scrittore pubblicò libri i cui titoli possono ancora risvegliare interesse per la loro attualità, almeno in chi voglia capire il Paese che viviamo:"I soldi in Paradiso: cronache della prossima Italia", "Gelli, la carriera di un eroe di questa Italia", "Il gioco della politica" e "La caverna dei sette ladri", tanto per citare quelli che maggiormente mi hanno incuriosita.
In questo ultimo, sosteneva che in Italia c'era un buco nero, «un mistero padre di tutti gli altri misteri»... e io cambierei solo il tempo del verbo: in Italia c'è.
L'articolo che ho letto cita - e non potevo non esserne orgogliosissima - ciò che Piazzesi pensava dei Friulani: «popolo di emigranti plasmati con sapienza dal parroco: fatti apposta dal buon Dio per rifornire la comunità nazionale di muratori, di carabinieri e di domestiche. Un popolo che risolveva molti problemi e non ne creava nessuno».
Eravamo proprio così... e qualche germe di questa umiltà e di questo orgoglio è ancora presente in taluni ma si sa, la globalizzazione...
Forse il momento nel quale maggiormente ci siamo fatti conoscere, in Italia e nel Mondo, è stata la terribile occasione del terremoto del 1976. Anzi, dei terremoti giacchè la terra tremò forte non solo la sera del 6 maggio ma anche l'11 settembre, alle 8:31 e alle 18:40, (a prima delle due scosse fu di 5.8 gradi della scala Richter) e il 15 settembre, prima poco dopo le 5 del mattino e poi alle ore 11:30 (scosse di oltre 10 gradi della scala Mercalli).
Tutto quello che era rimasto ancora in piedi dopo il 6 maggio, crollò definitivamente. Ma non l'orgoglio di questo "popolo duro", anche se la definizione è riservata più propriamente ai Carnici.Regione testarda, ci definirono, perchè volevamo dare "di besoi", da soli, senza assistenzialismo e, di conseguenza, senza clientelismi e favoritismi.
L'articolo del CdS rappresenta proprio questo orgoglio raccontando un episodio, che per esperienza personale so non essere stato che UNO:
«E cumò ce ajo di paja?». Così disse la vecchia terremotata, sotto gli occhi di padre David Maria Turoldo. I soccorritori le avevano appena consegnato un paio di coperte e dei viveri e lei voleva sapere: «E adesso cosa devo pagare?». Spiegava il frate poeta che lì c'era il senso di tutto: «Una ricostruzione, per essere vera, perché sia segno di civiltà e abbia un valore, non può essere regalata. Una ricostruzione si paga e basta: allora ha un valore. Una cosa si deve fare con le proprie mani, allora la si ama». Quindi «è bene che non ci sia dato nulla in regalo».
Certo, lo Stato è intervenuto facendo ciò che gli compete e molti Paesi stranieri collaborarono volontariamente alla nostra ricostruzione. Ma - mentre a L'Aquila si continuano a travisare i fatti e a raccontare di "miracoli" che non ci sono - io penso sempre alla mia gente, alle facce dei bimbi nelle tendopoli, alle lacrime subito nascoste per i 989 morti ... e alle scritte sui muri feriti delle case:Vogliamo restare qua!
Io AMO questa gente che è vissuta per secoli a schiena china sotto gioghi come le occupazioni o le guerre, ma sempre a testa alta.
P.S.: delle ore 20:30 circa...
Oggi sul CdS, con le stesse firme, un articolo sulla situazione conseguente un altro terremoto: quello delL'Aquila, con il titolo «La città in briciole che ha paura di perdere l'identità».
Mi inorgoglisco a riportarne un trafiletto:
Certo, lassù in Friuli c'era una Regione a statuto speciale che aveva qualche agilità e potere in più. Che rivendicò subito la volontà di gestire tutto autonomamente. Qui è più complicato. Fatto sta che l'8 maggio 1976, trentacinque ore dopo il sisma, la Regione Friuli aveva già la sua prima legge.
martedì 16 marzo 2010
Tempi nostri...
Qualche volta, come capita a molte persone, mi lascio andare a far riemergere ricordi che appartengono al mio passato e che mi abitano nel profondo.
Se dovessi metterli in ordine cronologico, senza voler elencare ogni avvenimento ma solamente quelli che maggiormente mi hanno colpita, comincerei con l'uccisione di John Kennedy , prima, e quella del fratello Robert, poi, passando per la morte di Giovanni XXIII. Proseguirei con la Primavera di Praga, lo sbarco sulla luna, la strage di Piazza Fontana e il massacro alle Olimpiadi del 1972. Arriverei al sisma che ha colpito la mia Regione nel 1976 e la bomba alla stazione di Bologna del 1980, senza dimenticare il rapimento dell'onorevole Aldo Moro (16 marzo 1978) e , nello stesso anno, la morte del Santo Padre Paolo VI seguita dall'elezione di ben 2 Papi, il secondo dei quali Giovanni Paolo II...
Ma questi sono avvenimenti che condivido con molte persone della mia generazione...
Un accadimento, invece, mi pare sia meno rammentato e io, quando ne parlo, lo introduco con una frase che ha il chiaro intento di puntualizzare che ho qualche annetto sulle spalle e (dunque) sono meritoria di rispetto.
"Credo che pochi si ricordino di Ermanno Lavorini..."
Ermanno Lavorini era un bimbo (un adolescente, in realtà... ma io mi sentivo ancora bimba e di conseguenza lo percepivo così) della mia stessa età che divenne, suo malgrado, un "caso": primo rapito dell'Italia repubblicana...
Scomparso da Viareggio, mentre nella città impazzava il carnevale, fu ritrovato oltre 2 mesi dopo... sepolto nella sabbia del litorale.
Nel frattempo gli organi di informazione avevano rivelato risvolti che, per una bambina di paese quale ero, rappresentavano veri e propri abissi di oscurità nei quali le parole sesso, omosessualità, politica, estremismo, abusi rimbalzavano e lasciavano dubbiosi ed attoniti.
Perchè lo ricordo in questo post?
Perchè il Liga, per festeggiare il suo 50° compleanno, ha scritto una canzone "Nel tempo" che svela che forse molti altri bambini della mia età hanno chiuso nell'animo i turbamenti di allora...
C’ero quando sono nato,

c’ero quando son cresciuto,
Zorro Blek e Braccobaldo, Belfagor e Carosello,
ed hanno ucciso Lavorini,
e dopo niente è stato come prima.
C’ero sulla millecento
che mio padre urlava un po’ a chiunque,
c’ero la mia prima volta,
non l’avevo neanche scelta,
certo che era bella svelta,
non potevo mica perdertempo,
tutto il tempo lì a tenere il tempo,
che fosse un mondo o solo fantasia,
o quello di una batteria era sempre tempo.
C’ero nel ‘77 a mio modo e col mio passo,
il processo a De Gregori,
c’ero coi Police a Reggio,
c’erano due torri e un muro
e Berlinguer e Moro lì nel tempo,
tutti quegli scherzi che fa il tempo,

tutte quelle foto che non ho,
ne ho scattate solo un po’,
non ne ho mai avuto il tempo,
tutto il tempo lì a tenere il tempo,
che fosse il mondo o solo fantasia,
o quello di una batteria era sempre tempo.
C’ero quando ho preso casa,
c’ero molto poco e quindi poche scuse,
c’ero quando ho fatto male,
c’ero quando mi hanno fatto male,
c’ero sempre nel mio viaggio,
l’occhio al finestrino e Falcone e Borsellino
lì nel tempo tutto il tempo lì a tenere il tempo,
che fosse il mondo o solo fantasia,
o quello di una batteria era sempre tempo,
tutti quegli scherzi che fa il tempo,
tutte quelle foto che non ho,
ne ho scattate solo un po’ non ne avevo il tempo.
mercoledì 10 marzo 2010
Sua Maestà
La mia prima nipotina avrà avuto più o meno 3 anni.
Premetto che noi sorelle eravamo letteralmente impazzite per la sua nascita: la prima rappresentante della "nuova generazione". Colei che segnava il cambiamento del nostro essere "figlie", perchè anche se solo una di noi 4 sorelle aveva generato, tutte ci sentivamo un po' mamme di questa creatura.Lei, poi, è stata una bambina estremamente godibile.
Si adattava ad ogni situazione senza perdere tempo in capricci o lamentazioni.
Era circondata da persone grandi ma imbranate e le aiutava a sbrigarsela nell'inedito ruolo di "educatori" collaborando con loro...
Praticamente catapultata fra 4 giovani donne, non sempre è stata gestita nel migliore dei modi. Ma lei è venuta su benissimo, tanto per confermare che se molto fa l'ambiente educativo, non poco è determinato dall'indole...
Anche nei giochi ci aiutava a reggerli nel migliore dei modi. Di preferenza, giocavamo alle giovani signore che si raccontavano la loro quotidianità fatta di casa, marito e figli. Lei si calava nella parte con vera maestria, usava un modo di parlare da grande e ci imitava negli atteggiamenti e nei toni...
Un pomeriggio, avevo avviato con lei un gioco nel quale io ero una servile dama di compagnia e lei una splendida principessa.
Per introdurla nella parte, mi inchinavo davanti a lei e le acconciavo i capelli con fiori e le spalle con immaginarie stole di zibellino. Lei non dava segni di incertezze e mi rispondeva usando un tono sussiegoso.
A un certo punto io le dissi: "Maestà..."
E lei, senza esitazioni: "Ma-e-stà bene, grazie."
giovedì 14 gennaio 2010
Di distanze e contrapposte vicinanze...
Sto qui, a crogiolarmi nella mia tristezza pretendendo che il mondo cambi la sua rotazione per pormi al suo centro e intanto la vita di ogni altro essere umano segue la sua traiettoria, talvolta con un'unica inclinazione, verso l'ingiustizia e il dolore.
L'apocalisse di Haiti ha provocato, certo, molta emozione in tutti.
Assumerebbe una sorta di "giustificazione" se provocasse altrettanti terremoti nelle coscienze e non si placasse mai... mai!
Come mai si dovrebbero zittire le eco di ogni parola che è arrivata fino a noi da Rosarno, girone infernale collocato in Italia. Dove persone come ciascuno di noi - persone con famiglia, lavoro, sogni, sentimenti - hanno usato espressioni che non possono essere qualificate che disumane. Dove c'è stato chi, lungo la strada verso la chiesa, andando a compiere il dovere settimanale del buon cristiano, ha detto perfino: "Dovevano ammazzarli tutti." Fulgido esempio di carità cristiana e di amore universale. Veri "biglietti da visita" della religione nata da un uomo nato come clandestino e morto come malfattore.
Vabbè...
Stanotte (chè tanto non mi riesce di dormire granchè ultimamente) ripensavo alla ragazzina che sono stata.
Quando frequentavo la seconda media, l'insegnante di inglese ci propose di scegliere un pen-friend con il quale intraprendere un rapporto epistolare.
Io ne scelsi due, una ragazza finlandese di nome Outi Paloposki e un ragazzo haitiano di nome Michael Menos.
Con la prima mi fermai alla seconda lettera.
Con Michael ci scrivemmo, con alterne fasi e frequenza, fin dopo i rispettivi matrimoni. Ricordo che mi scrisse offrendomi adirittura ospitalità dopo il terremoto del 1976.
Da Port-au-Prince lui si era trasferito verso la metà degli anni '70 a New York...
Ripenso a lui in questi momenti...
Da qualche parte potrei avere ancora le sue foto e le sue lettere.
Di certo ho il suo ricordo.
O.T.: grazie a chi è passato a lasciarmi un segno del suo interessamento...
mercoledì 9 dicembre 2009
La decorazione più preziosa
E il bambino che abita ancora dentro l'animo di ciascuno di noi...
Così ogni anno, e ogni anno di più, il mio affiora e mi lascia commuovere nel ricordo degli anni che abbiamo trascorso insieme.
E dei presepi che abbiamo allestito e degli alberi di Natale che abbiamo addobbato.
Già solo il decidere di andare in solaio a prendere le scatole contenenti l'occorrente è un rewind.
Quando eravamo bambine, noi 4 sorelle "da Moke", l'incanto cominciava con il profumo dell'albero appena tagliato (chè ai tempi della mia infanzia lo si poteva liberamente tagliare), dopo che magari lo avevamo addocchiato già mesi prima e lo avevamo con largo anticipo eletto a nostro.
Poi si partiva tutte assieme a raccogliere il muschio e, facendolo, si intonavano già le canzoncine natalizie.
E una sera compresa fra l'8 e il 13 dicembre (così era la nostra tradizione), dopo che mamma e papà erano andati a letto, ci spartivamo i compiti.
Una tagliava il filo della giusta misura, una porgeva la pallina, una infilava il filo e faceva il primo nodo e Mia, sorella maggiore e anima del gruppetto, la legava ai rami del pino.
A seguire si passava all'allestimento del Presepe e si lavorava di muschio, radici d'albero, carta stagnola, farina bianca e cotone per preparare un'ambientazione degna dell'evento che doveva rappresentare... e della magia del Natale che doveva evocare.
Negli stessi giorni il papà allestiva anche il Presepe all'interno della nostra Chiesetta di paese e io lo seguivo nel ripostiglio della Sagrestia e assistevo a ciò che consideravo un vero e proprio rito, ammantandolo anche di una certa sacralità: il recupero, fra arredi vari, delle grandi statue in legno dei protagonisti principali. Papà mi affidava Gesù e io lo tenevo in braccio come fosse un bimbo vero e lo cullavo e lo baciavo sulle guanciotte mentre gli canticchiavo una qualche filastrocca a mo' di ninna nanna...
Questo durante l'infanzia...
Da mamma ho lasciato che miei figli dessero la loro impronta al Presepe. E ancora ne parliamo sorridendo. Avevamo l'ardire di porre nel Presepe, in processione per portare il proprio omaggio al Divin Bambino, ogni sorta di animale o pseudo-ominide, di origine reale o fantasiosa, della categoria "giocattoli".
Indimenticabile un cavallo Furia più grande della capanna. O il tirannosauro di gomma azzurrognola che chiamavamo Dragoberto e non mancava mai di presenziare. E che dire di He Man e gli altri "dominatori dell'universo"?
Passata anche l'infanzia dei figli, abbiamo optato per una capanna con carillon da tenere in cucina (la stanza maggiormente abitata) e un albero (rigorosamente sintetico) in salotto, dietro la porta chiusa per evitare le arrampicate selvagge di Momore che poi scappava trascinandosi dietro le decorazioni.
Anche questo Natale opteremo per questa scelta... ma il piccolo presepe ci parrà vuoto perchè mancherà la nostra decorazione più pregiata.venerdì 13 novembre 2009
Pieri Petenel
Geograficamente Buttea appartiene ad un Comune diverso dal nostro, ma da sempre gli abitanti preferiscono scendere a valle passando dal nostro paese perchè la strada è più breve. E considerando che allora la si percorreva a piedi...Molti ricordi della mia infanzia sono legati a Buttea e ai suoi abitanti. Anche perchè Buttea era il paese di origine della mia nonna materna e lì abitavano molti nostri parenti.
Ricordo che quando nel paese c'era un malato grave, l'ambulanza arrivava fino all'inizio del nostro paese e lì aspettava che arrivasse la barella, portata a spalle, con ogni tempo metereologico, dagli uomini del paese.
Ricordo che sulla corriera che saliva da Tolmezzo, noi ragazzi guardavamo con sospetto, forse con un malcelato disprezzo, di certo con un sorrisino di superiorità, i butteani, il loro misero abbigliamento e i loro modi decisamente ruspanti.
Ricordo... tanti episodi, volti e situazioni...
E ricordo, anche se non chiaramente, Pieri Petenel.
Anche lui, quando scendeva a valle, passava da casa nostra. E come molti altri, capitava che mangiasse con noi o, se l'ora era tarda, dormisse da noi per riprendere il cammino il giorno dopo.
E quando stava da noi mi faceva giocare sulle sue ginocchia.
Mi immagino la bambina che ero, ancora piccolissima, che si incantava a guardare questo uomo dalla voce tonante e dai modi burberi, resi ancora più "interessanti" dalla barba incolta, che parlava con un'inflessione diversa da quella alla quale ero abituata...
E ogni tanto Pieri Petenel spariva... e in casa si raccontava che fosse in prigione.
Quasi sempre l'arresto avveniva quando era ubriaco e Pieri partecipava a qualche rissa. Altre volte si trattava di piccoli furti, solitamente di roba da mangiare... Talvolta erano provocazioni che volutamente Pieri faceva per essere arrestato. Dopotutto la prigione era più comoda e calda delle catapecchie che abitavamo nei nostri miseri paesi di montagna.
Anche nel 1976 Pieri Petenel era in prigione. Aveva dato uno schiaffo a un carabiniere per andarci...
Quando percepii il mio primo stipendio, misi una banconota da 5000 lire in una busta e la indirizzai all'ospite Pieri Petenel, carcere di Udine. Nel foglio di accompagnamento mi presentavo, ricordando le volte che lui mi aveva "accudita", e gli chiedevo come se la passava.
Qualche giorno dopo mi arrivò una cartolina.
C'era scritto "Qui la vita è dura, ma la pagnotta è sicura".
Una frase che ben dipingeva Pieri Petenel... uno con il cuore pulito e la fedina penale sporca.
Uno al quale oggi penso sentendo parlare di giustizia (sì! minuscolo) e di leggi vergognose.
Mandi, Pieri... e grazie per le lezioni di vita che riemergono ancora nella mia mente.
domenica 1 novembre 2009
Sbucciando castagne
La ricorrenza della commemorazione dei defunti, almeno per quanto mi riguarda, è sempre stata un invito a guardarsi indietro per vedere più chiaramente la strada che abbiamo davanti.
Nella più totale naturalezza e semplicità didattica, i nostri genitori ci mostravano con quale spirito tenere vivi i ricordi di coloro che ci hanno preceduto.
E così nella notte che accompagna dal 1° al 2 di novembre, le famiglie si stringevano tutte vicine e, insieme, facevano spazio ai ricordi e alla rievocazione di episodi cha entravano a far parte del patrimonio di esperienze di tutti i suoi componenti.
La consacrazione del "rito" prendeva l'avvio già nei giorni precedenti, quando i cimiteri si animavano di voci, saluti, scricchiolamenti di ghiaia sotto i piedi e fruscii di fiori scartati per comporli nei vasi e sui luoghi di riposo dei nostri predecessori.
Noi bambine, appena varcato il cancello, andavamo a baciare la foto di un nostro coetaneo che non avevamo conosciuto perchè era vissuto solo alcuni mesi.
Eppure il suo passaggio non era stato invisibile e, nei racconti dei nostri genitori, lo consideravamo uno di noi: Giannino.
Poi, c'era il doveroso giro a controllare che tutti avessero un segno d'affetto... e se riscontravamo che qualcuno non ce lo avesse, ci pensavamo noi a far sì che nessuno rimanesse tristemente trascurato.
Tempo dopo, da ragazze, avevamo assunto l'impegno di non dimenticare una ragazza del paese che se n'era andata dopo un tragitto breve e difficile sulla terra; Teresine.
Nelle case, intanto, le mamme insegnavano ai bimbi a confezionare dei semplici bicchieri di carta velina che sarebbero poi serviti per riparare la fiammella dei lumini dall'aria, così che potessero dar luce più a lungo nel corso della notte.
La sera del 1° novembre la mamma ci bardava con gli abiti invernali ("A tutti i Santi, cappotto e guanti", diceva), ci dotavamo di un lampione ad olio chè nel chilometro del percorso per raggiungere il camposanto non c'era illuminazione, formavamo un bel gruppo con le zie e i cugini e andavamo, un po' incantate dalla magia che percepivamo in una notte nella quale i nostri morti erano talmente "presenti" che nella cucina lasciavamo loro l'acqua per dissetarsi durante la visita che avrebbero ricambiato, un po' spaventate dai racconti che i cugini più grandi si divertivano a fare...
Come dimenticare la frase "O cè biel lusor di lune plene, astu pore tu Madalene?" e la soffiata che spegneva il lume permettendo all'oscurità di farsi talmente vicina da abbracciarci?
Ma alla fine tornavamo quasi allegre verso la casa della nonna, che ci aspettava con le castagne bollite nell'acqua e i suoi racconti su chi non avevamo conosciuto...
Questo pomeriggio ho varcato, ancora, la soglia del cimitero del mio paese...Miei figli si sono girati a dare un'occhiata a Giannino senza nemmeno che lo dovessi dire... Poi siamo andati all'angolo opposto, dove c'era Teresine... poi, certo, mia sorella, mio papà, i parenti, i conoscenti, tutti.
Sul far della sera abbiamo visitato il cimitero del paese dove abitiamo, e ci suggerivamo chi andare a salutare... I loro nonni e la zia, il nostro indimenticabile Monsignore e le tante tante persone che abbiamo accompagnato lì.
... e stasera mangeremo le caldarroste.
E io ripenserò che la natura non fa nulla per caso. Perciò il frutto di questi giorni si presenta con un involucro pieno di spine e un cuore soprendente. Come la vita.
Che volete che vi dica?
A me halloween non piace proprio.
Ma questi giorni dei ricordi li amo sempre di più.
P.S.del 2 novembre:
"Nulla muore mai in una vita. Tutto sopravvive.
Noi, insieme, viviamo e sopravviviamo.
Così anche ogni cultura è sempre intessuta di sopravvivenze."
Sono parole che mi pare ben riassumano ciò che sento nel cuore.
Ce le ha lasciate un uomo della mia Terra.
Un uomo che è stato tacciato di "diversità"... ed era davvero diverso. Diverso dalla banalità, dall'ignoranza, dalla rozzezza e dalla bieca violenza che lo circondava e lo ha voluto cancellare.
Nella notte fra l'1 e il 2 novembre di 34 anni fa veniva ucciso Pier Paolo Pasolini... e ieri è morta Alda Merini.
E noi siamo diventati un po' più poveri.
martedì 21 luglio 2009
20 luglio 1969
Ieri sera dicevo che dovrei avere più tempo per ripensarci. Quasi contemporaneamente Paola mi ha incaricata di scrivere i miei ricordi e così ci provo.
Per cominciare: chi ero...
Ero una ragazzina di paese di 12 anni e mezzo, molto ingenua che avrebbe voluto correre verso la vita ma nello stesso tempo rallentare il tempo per paura di cosa vi avrebbe trovato. L'ambiente nel quale vivevo ero fortemente permeato di un concetto distorto della relazione con Dio, del quale ci insegnavano più la paura che l'amore. Culturalmente avevo la fortuna di avere un babbo che ci stimolava a leggere e a conoscere, ma certamente l'ambiente aveva un livello di scolarizzazione piuttosto scarso.
Quel giorno era di sabato.
Tutta quella giornata passò, in un'attesa fatta di chiacchiere, domande e qualche timore...
Alla sera sapevo che il Santo Padre avrebbe scrutato il cielo dalla specola vaticana di Castel Gandolfo... ma a Fusea il cielo era di certo più nitido.
Con le mie sorelle e altri ragazzi e ragazze andammo sul Sagrato della Chiesa e rimanemmo lì, con il naso all'insù, aspettandoci di VEDERE un segno di ciò che avveniva.
Confesso che mi aspettavo quantomeno che la luna si scrollasse di dosso gli intrusi e la terra rispondesse specularmente... Invece non accadde nulla...
Il piccolo passo dell'uomo e il grande balzo dell'umanità avvennero nell'indifferenza della natura e noi tornammo a casa a sentire cosa raccontavano in televisione esperti e studiosi.
L'indomani, come ogni domenica, era d'obbligo partecipare alla S.Messa. Al termine non avevamo il permesso di stare in giro con le amiche ma si doveva rincasare subito. La mia famiglia arricchiva il senso della "festa" assistendo alla recita dell'Angelus da parte del Santo Padre. Anzi, ci inginocchiavamo davanti al televisore per ricevere la benedizione con tutti i crismi richiesti...
Le sue parole, quel giorno, mi sorpresero per l'inaspettata "benedizione" sul progresso e, in qualche modo, sull'ambizione umana che spinge l'uomo a progredire.
Oggi è un giorno grande, un giorno storico per l’umanità, se davvero questa sera due uomini metteranno piede sulla Luna, come Noi con tutto il mondo trepidante, esultante e orante auguriamo possa felicemente avvenire. Faremo bene a meditare sopra questo straordinario e strabiliante avvenimento; a meditare sul cosmo, che ci apre davanti il suo volto muto, misterioso, nello sconfinato quadro dei secoli innumerevoli e degli spazi smisurati. Che cos’è l’universo, donde, come, perché? Faremo bene a meditare sull’uomo, sul suo ingegno prodigioso, sul suo coraggio temerario, sul suo progresso fantastico. Dominato dal cosmo come un punto impercettibile, l’uomo col pensiero lo domina. E chi è l’uomo? Chi siamo noi, capaci di tanto? Faremo bene a meditare sul progresso. Oggi, lo sviluppo scientifico ed operativo dell’umanità arriva ad un traguardo che sembrava irraggiungibile: il pensiero e la azione dell’uomo dove potranno ancora arrivare? L’ammirazione, l’entusiasmo, la passione per gli strumenti, per i prodotti dell’ingegno e della mano dell’uomo ci affascinano, forse fino alla follia.Però io avevo nel cuore una sensazione di disarmonia... irrazionale fin che si vuole ma molto reale per me.
P.S.: Ieri sera mi sono commossa davanti al televisore rivedendo il Santo Padre che accostava l'occhio destro al telescopio mentre si chiudeva quello sinistro con la mano... come faccio io quando uso la macchina fotografica.
Molte cose sono cambiate... ma la ragazzina c'è ancora.
sabato 20 giugno 2009
Amici per sempre
Molte persone sono passate nella mia vita e hanno "meritato" la definizione di AMICO.
Alcune si sono fermate per un lungo tratto di strada a condividere sogni, aspettative, delusioni, fasi di crescita e di vita, altre sono presto tornate alla loro condizione di conoscente se non di estraneo, alcune ci sono. Talvolta a prescindere dalla presenza fisica o dai contatti.
La vita è un continuo dover decidere quale strada prendere, e ognuno ha i suoi percorsi, i suoi bivi e le sue fatiche. E l'amico è una sorta di oasi alla quale fermarsi per ritrovare se stessi.
La mia oasi ogni tanto mi appare in sogno.
Può sembrare strano, ma spesse volte, quando mi sento "minacciata" da qualche preoccupazione, il mio amico viene a fare compagnia ai miei sogni.

E' Rufi... il cane con il quale sono cresciuta. L'amico con il quale ho giocato a calcio (era bravissimo) e alla guerra cowboys-indiani, quello che mi stava accanto mentre studiavo (e si è visto affibiare un nome latino "Rufus"), quello che ha leccato le mie lacrime e ha sopportato le mie euforie adolescenziali, quello che saliva orgogliosamente sul sedile del passeggero della mia prima auto anche se invariabilmente finiva che stava male perchè soffriva di mal d'auto.
Mi ricordo quando è arrivato a casa mia.
Io potevo essere in prima o seconda media e avevo giurato che non mi sarei mai più affezionata a un cane, dopo che il precedente, Zoli, era morto.
Quel giorno, al rientro dalla scuola, trovai None Mabile in casa nostra. Seduta sulla cassa nella quale si riponevano le legna per la stufa con un sorriso fanciullesco sul viso.
"Che hai?" - le chiesi.
"Niente... perchè?" - fece lei mentre, lentamente si spostava un po' di lato rivelando cosa ci fosse dietro la sua schiena e, soprattutto, dietro il suo sorriso.

Un cucciolo! Un battufolo con il pelo lungo nero con le punte rosse, le zampette rosse così come la parte finale di una coda lunga e folta, i lati del musetto rossi e nero sul dolce nasetto, che sarebbe diventato depositario di mille e mille baci.
Io mi misi a piangere e dissi "Non lo voglio!"... ma già ero inginocchiata accanto a lui e lo stringevo.
E cominciò la nostra convivenza e la nostra amicizia.
Di lui conservo un paio di brutte fotografie... e un ricordo limpido.
In questi giorni, quando mi saliva la nostalgia per il mio Momore, finivo sempre per piangere per lui. Perchè, dopo quasi 31 anni, mi manca ancora.
E, come ricordo il primo giorno, ricordo l'ultimo...
Non lo avevo salutato perchè ero partita presto di mattina. Lui non stava bene ma io ero incosciente come si è da giovani (anche se avevo già 22 anni) e non mi preoccupavo...
La sera, quando rientrai, la mia nipotina di 4 anni mi disse: "Zia, ho sentito che dicevano che noi non dobbiamo saperlo, ma Rufi è morto".
Giovedì sera... il momento che precede il sonno si vela sempre di nostalgia perchè anche un giorno che volge al termine parla del finito che si oppone al nostro desiderio di infinito. E nella nostalgia si fanno largo le lacrime per il mio Momore e per il mio Rufi. Come se l'uno mi diventasse ancora più caro per il bene dell'altro e io non potessi far altro che piangere la loro perdita. E certo sono consapevole che molte altre perdite hanno scalfito il mio animo e altre se ne aggiungeranno... ma adesso mi mancano loro.
Venerdì a pranzo... i ragazzi sono entrambi altrove e mio marito ed io siamo a tavola da soli. "Stamattina ho avuto tanta nostalgia di Momore", mi fa mio marito...
E oggi è un mese che Momore se n'è andato.
sabato 6 giugno 2009
Pover'uomo!
Era di mercoledì. Più precisamente mercoledì 21 agosto 2002. E pioveva. A dirotto!
Dato che nel precedente mese di luglio mio figlio aveva dovuto rinunciare al programmato viaggio in Canada per la GMG (cause di forza maggiore delle quali ho già raccontato qui), avevamo deciso di partecipare al viaggio a Roma con i ragazzi delle Superiori della Parrocchia in qualità di animatori.
Tra le diverse tappe della settimana romana, seguendo un itinerario formativo che ricalcava le "Orme di Pietro", poteva mancare la partecipazione all'Udienza Generale del Santo Padre? Domanda inutile con risposta scontata: No!
Arrivati alle mure del Palazzo Pontificio veniamo incollonati verso l'ingresso. Solo che l'ingresso stesso era controllato e vi si accedeva a piccoli gruppetti. Fatto sta che anche il nostro gruppo (eravamo in 37) viene diviso ma, salvo 2 persone, riesce a ricompattarsi nel cortile interno.
Chi erano le 2 persone? Ovvia anche questa risposta: Una ero io.
Onestamente quando il Santo Padre è apparso nel cortile, mi sono proprio scordata di ogni altra cosa che non fosse la sua persona e la percezione della vicinanza con lui.
In ogni modo alla fine dell'udienza ci siamo potuti riunire agli altri e, scmabiandoci le impressioni, abbiamo pure tentato il bliz di avvicinarci al Santo Padre (con poca fortuna).
Poi il Papa si è alzato dalla sua poltrona ed è rientrato, non senza aver strappato ancora un applauso ai presenti quando ha sollevato il bastone e lo ha "sventolato" per salutarci ancora una volta.
A quel punto la folla si è avviata verso le uscite. Noi compresi. Ed è successo il fattaccio...
Un addetto alla security mi si para davanti e mi fa: "Di là, signora", indicandomi un'uscita diversa da quella attraverso la quale i ragazzi del mio gruppo stavano passando.
"Senta un po' - gli faccio io con le mani sui fianchi e il mento puntato in su - a me non comanda nemmeno mio marito, figuriamoci lei!"
"Pover'uomo", mi risponde lui accennando un sorrisetto, che io colgo al volo e scoppio a ridere, subito imitata da lui.
"Sa, signora che qui ci sentiamo trasparenti - riprende lui - la gente ci guarda attraverso e ben pochi ci rivolgono la parola. Men che meno ci fanno una battuta. Posso baciarla?"
Insomma, ci siamo intrattenuti un po' a scherzare con lui e poi siamo risaliti sul pullman di ottimo umore. E l'episodio viene ancora ricordato quando qualcuno pretende di farmi fare qualcosa: "Senta un po'..."
Ma, per dirla proprio tutta, nel pomeriggio mi sono resa protagonista di un altro momento degno di Zelig.
Magari lo racconto un'altra volta.
martedì 27 gennaio 2009
Nart da Conte
cul ciapiel di pàe, viva la canaè"...
Nart si infuriava e cominciava a minacciare i bambini riservando, nel contempo, fiato anche per sfogarsi con qualche bestemmione verso il cielo.
Più raramente capitava che qualche bimbo, al contrario, lo salutasse riservandogli perfino un sorriso: "Buinesere, Nart..." ma la sua reazione non era molto diversa: "Perchè non hai paura, tu?" urlava, facendo sobbalzare il piccolo al quale qualche adulto aveva suggerito di essere gentile con quel signore curioso che faceva la spola tra casa e osteria parlottando fra sè e sè...
In effetti, non erano molti gli adulti che perdevano tempo a spiegare ai bimbi come mai Nart si comportasse così...
Nart aveva nel suo passato esperienze alle quali non faceva mai riferimento, ricordi che non aveva voluto condividere con alcuno.Lui era nato nel 1921...
Poco più che ventenne era stato catturato dalle S.S. mentre si trovava a Tolmezzo, il paesotto più grande della Carnia, a 6 km dal piccolo paesino di Fusea nel quale era nato e dove viveva.
Chissà se i suoi avevano avuto subito notizie di questo figlio uscito di casa al mattino e non rientrato?
Chissà se si erano rassegnati a non vederlo più?
Chissà come aveva accolto il ritorno del ragazzo e le condizioni fisiche nelle quali si trovava?
Di certo nulla era trapelato dalle mura della casa... e forse tutto quello che si raccontava lui avesse subito negli anni di assenza, era colorito di fantasie e supposizioni.
L'unica certezza era il luogo nel quale aveva trascorso il tempo infinito della sua invisibilità alla vita normale: Mauthausen...
Le scarne confidenze riguardavano il ricordo della liberazione e il viaggio di ritorno, a piedi, camminando di notte e nascondendosi sui rami degli alberi di giorno...
cul ciapiel di pàe, viva la canaè"...
Adesso lo si vedeva seduto sui gradini della casa della nipote che si occupava di lui.
"Cemùt stastu, Nart?"
"Ben jò... cui sestu? No vjot trop, ormai..."
Un giorno Nart, seduto sui soliti gradini, aveva tra le mani un pacchetto... Aspettava che passasse una bambina... Beh, oramai era una donna e aveva 2 figli ai quali insegnava che "Nart ha sofferto molto... dovete guardarlo con rispetto anche se compie gesti strani... e volergli bene per ricompensare il tanto male che ha ricevuto."
Quando l'automobile si fermò sul bordo della strada e la donna scese, Nart le porse il pacchetto: "Sono vecchio, ormai, e aspetto solo di morire... questo voglio che sia tuo perchè sono sicuro che lo leggerai"... il pacchetto conteneva un cofanetto con 4 libri "Il processo di Norimberga"...
"L'ho letto, Nart... e ti penso spesso... e proprio a te dedico questo ricordo nel Giorno della Memoria della Shoah".
giovedì 15 gennaio 2009
Che luna!
La mia Carnia è un posto meraviglioso per viverci.
Purtuttavia a volte non si può non pensare che questo luogo è una sorta di anticipo del Paradiso...

Quand'ero bimba io, alla fine della seconda elementare si doveva sostenere un esame per essere ammessi alla terza. Questo era motivato dal fatto che nelle prime due classi si imparava il semplice leggere, scrivere e disegnare (ma Cicci ci metteva dentro anche canto che era una delle sue passioni...).
In terza, con l'introduzione del Sussidiario, ci si avvicinava a tutte le altre materie: storia, geografia, matematica, scienze.
Io ricordo ancora che all'esame ho disegnato due ciliegie... mi pare pure che mi fossero venute abbastanza "succose"... e ho dato prova del livello raggiunto nella "lettura" cimentandomi con un racconto arabo che si intitolava "La luna nel pozzo".
Eccolo.
Una sera una donna andò ad abbeverare l'asino al pozzo, col marito.
La luna si specchiava nell'acqua tonda tonda.
Ad un tratto una nuvola copri la luna che spari di colpo.
La moglie disse al marito, tutta stupita: "Guarda, l'asino s'è bevuta la luna".
Allora il marito cominciò a picchiare la povera bestia gridando: "Su, svelto, vomita la luna che ti sei bevuta".
Intanto la nuvola che copriva la luna se ne andò e questa tornò a specchiarsi nell'acqua.
E marito e moglie tornarono a casa contenti di aver fatto sputare la luna all'asino.
martedì 13 gennaio 2009
Una seconda mamma
La data veniva scritta ogni mattina dalla maestra sulla lavagna e diventava l'ambita meta alla quale tutti tendavamo. Così come tutti aspiravamo alla calligrafia regolare ed elegante con la quale le parole venivano tracciate.
A contorno di queste conquiste, evidenziavamo ancora la necessità di essere accuditi da una mamma... e la maestra lo era.

Nasi da pulire, capelli da ricacciare al proprio posto in strette trecce, intuizione delle impellenze fisiologiche che eravamo troppo timorosi per osare esprimere, piedini bagnati e gelati d'inverno da accostare alla grande stufa a legna che campeggiava nell'angolo opposto rispetto alla lavagna... e non di rado ginocchia sbucciate da giochi da piccoli selvaggi durante la ricreazione.
A fine anno, poi, il traguardo speciale: un bimbo per ogni classe, senza possibilità di ripetizione così da permettere a più bimbi di goderne, riceveva pubblicamente un premio per i risultati che aveva ottenuto durante l'anno scolastico.
Per me è stato "La sirenetta e altri racconti"... in seconda elementare.
Ricordi di un tempo - ahimè - lontano... Gratitudine per gesti, parole e dedizione che ci hanno accarezzati e fatti crescere... Sorrisi per visi che si confondono ma non perdono consistenza... Affetto per persone che abitano ancora in noi... Omaggio a Cicci...
martedì 6 gennaio 2009
Quante solitudini!
Antonietta era sempre stata una bambina molto silenziosa, tanto che alcuni si erano permessi di risolvere ogni domanda con il giudizio lapidario "A dirla proprio tutta, non sembra nemmeno molto sveglia"... sia per lei che per i suoi fratelli e le sue sorelle.
Del resto la povertà della famiglia faceva da evidente specchio alla miseria della società!
Perfino la maestra del paese, che forse avrebbe dovuto aiutare i bambini a tdotarsi degli strumenti minimi per ottenere il giusto riscatto, non trovava sbagliato mandare i piccoli nel bosco a raccogliere legna per lei durante l'orario scolastico.
Considerando, poi, che i bambini andavano a scuola a giorni alterni perchè non c'erano calzature per tutti, si può ben capire come mai molti dei fratelli non fossero nemmeno riusciti ad imparare a leggere e scrivere.
Ma eravano negli anni '30... per fare i boscaioli o le mogli la cultura non serviva proprio...
Adesso Antonietta di anni ne aveva 23. Eravamo nell'immediato dopoguerra. Primavera del 1948... che subito volse all'estate e fu seguita dall'autunno e il bambino stava per nascere senza che si sapesse chi era suo padre.
In dicembre, quando fu il tempo del parto, l'ostetrica del paese disse che, considerando che la famiglia non poteva permettersi di pagarla, poteva anche arrangiarsi da sola.
Così la zia Meme, ostetrica
dei tempi passati, fece il nascere il bimbo..."La mamma è di Fusea, ma la luna è di Cadunea!", sentenziò un'anziana del paese... e Meni, sposo di una sorella di Antonietta e mio papà, andò a Cadunea, a casa di un suo amico, a dirgli che Tonine aveva avuto un bambino.
Delio capì subito di esserne il padre... Senza bisogno di vederlo. Senza prove. E si assunse la responsabilità. Di Luigi e di Antonietta.
Di questo episodio il mio papà, che ci insegnava la vita nei gesti delle persone che ci vivevano accanto, ci ha sempre raccontato l'onestà di Barbe Delio... e la sua stima per lui che sconfinava in un affetto pienamente corrisposto.
Nella foto qui accanto (1967), li vediamo insieme in un momento di sosta dalla quotidianità della vita.
Sono certa che fosse una giornata davvero bella per loro... eppure Barbe Delio accenna appena un sorriso e il mio papà nemmeno quello. A ricordo di quanto dura fosse la vita...
Personalmente di Barbe Delio non ricordo baci o carezze... così come della gran parte delle persone che hanno abitato la mia infanzia. Ma ricordo con sicurezza l'amore. Fatto di sporadiche presenze e di poche smancerie. Era proprio un carnico! Ma ricordo che non c'era Pasqua che noi 4 sorelle non ricevessimo l'uovo di cioccolato... e sempre da lui!
Anche il loro modo di vivere il matrimonio era molto particolare. Se dovessi descriverli direi che erano due "selvatici" che cercavano di addomesticarsi l'un l'altro con tanto rispetto reciproco e un amore che aveva manifestazioni segretissime.
Spesso si appartavano in uno stavolo di loro proprietà e godevano del contatto con la natura nella quale si trovavano evidentemente a loro agio...
Nel dicembre del 1972, quanto Agne Tonine aveva 47 anni, al rientro dal lavoro settimanale fuori casa, Barbe Delio non la trovò in casa.
Oramai era sera e andò a cercarla solo l'indomani, perchè non era inusuale che lei dormisse allo stavolo.
Stavolta, però, Agne Tonine era rimasta lì perchè non era in grado di muoversi. Un'emorragia l'aveva talmente debilitata da ridurla in coma.
In ospedale si prodigarono... ma le sue vene non ricevevano più nemmeno le trasfusioni.
Tutti si preoccuparono di cercare Luigi, il figlio. Un ragazzo strano che talvolta spariva per mesi senza dare sue notizie e poi ricompariva. Anche in questa occasione andò così... e Luigi ricomparve la primavera successiva.
Quando salì sull'autobus che portava al suo paese, la bigliettaia gli disse: Ti abbiamo tanto cercato quando è morta tua madre... e così ebbe la notizia che non si era riusciti a dargli a tempo debito.
Luigi rimase un po' con il padre poi ripartì e Barbe Delio cominciò la sua vita in solitudine.
Si estraniò anche dalla vita della famiglia di origine di sua moglie... Non venne a nessun matrimonio e partecipò a pochi funerali.
Non uscì quasi più dal suo paesino, accettò di essere accudito dai suoi parenti diretti, conservò il rispetto e fu raggiunto dall'aiuto di tutti i compaesani... ma era solo!
Fino a questi recenti giorni di festa.
Luigi era venuto a trascorrere qualche giorni da lui, ma poi era rientrato in Germania, dove risiede con la famiglia.
Chissà quali pensieri hanno popolato i giorni di Barbe Delio.
Chissà quali ricordi ha rivissuto e quali visi ha rivisto...
Forse ha pensato che le persone che maggiormente amava erano già passate oltre... e ha deciso di ricongiungersi con loro.
Cosa rimane a noi?
I ricordi, certo! Ma anche la tristezza di non aver saputo riempire la sua solitudine...
lunedì 15 dicembre 2008
Le sere della tradizione
Non è solo una celebrazione liturgica, è un sentirsi in comunione con ogni nostro antenato che, nella semplicità della propria Fede, ha partecipato alla Novena con il nostro stesso spirito: ricordare chi sta per nascere e come Dio abbia voluto che fosse una persona umile quale poteva essere Maria, la ragazzina ebrea, per realizzare il suo disegno.
Qui a Tolmezzo non sono moltissime per persone che escono di casa per recarsi in chiesa a rinnovare questa tradizione... ma io amo particolarmente farlo in memoria del mio papà e sapendo quanto mio padre ha amato questo brano della Sacra Scrittura.
Per secoli la Chiesa ha affidato il compito di cantare le parole del Vangelo ai soli uomini, e questo è quello che ricordo della mia infanzia e della prima giovinezza.
In particolare ricordo una sera...
Io ero appena uscita dall'adolescenza e desideravo l'approvazione non solo delle persone di casa ma di tutta la Comunità.
Tuttavia questo non mi impediva di avere le mie idee e di essere ben disposta a farle valere.
Per problemi di rapporti con il Sacerdote del paese vicino che reggeva anche la nostra Parrocchia, la mia famiglia non aveva frequentato la Chiesa per un certo periodo. Io ero una delle più accanite sostenitrici dell'esigenza di autonomia del nostro paese anche rispetto alla gestione della parrocchia stessa, affidata al Parroco del paese vicino (ancora mi rivedo attaccare manifestini sulla porta della chiesa: "Don ***, non ti vogliamo!").
Quell'Avvento, però, era l'inizio di un tempo nuovo. L'Arcivescovo ci aveva ascoltati ed aveva assegnato un Parroco al nostro paese. Così la mia famiglia era tornata a svolgere la sua opera di tenuta e manutenzione degli arredi sacri e della nostra piccola chiesetta.
La prima sera della Novena, lungo la navata erano appena rieccheggiate le prime parole "Missus est..." quando mio padre, che lo stava cantando, si interruppe e si mise a piangere...
Per una frazione di secondo io credo di aver pensato: Ma che figura mi fa fare... Poi ho capito la sua nostalgia di stare in quel luogo finalmente saziato, la consapevolezza di essersi privato di una delle cose che amava di più, il senso di colpa nei riguardi del Signore per averlo, in certo qual modo, lasciato solo per lungo tempo... e ho sentito scoppiare il cuore per l'amore che portavo a mio padre.
Ancora, ogni anno, mentre nella Chiesa di Tolmezzo si spande la voce di mio figlio, quel figlio che porta il suo nome, io sento che sto abbracciando mio padre...

Missus est angelus Gabriel a Deo in civitatem Galileæ, cui nomen Nazareth, ad virginem desponsatam viro, cui nomen erat Ioseph de domo David, et nomen virginis Maria. Et ingressus Angelus ad eam dixit: “Ave, ave, gratia plena, Dominus tecum. Benedicta tu, in mulieribus”.
Quæ cum audisset turbata est in sermone eius et cogitabat qualis esset ista salutatio.
Et ait angelus ei: “Ne timeas, Maria. Ne timeas, Maria. Invenisti enim gratiam apud Deum. Ecce concipies in utero et paries filium... et paries filium. Et vocabis nomen eius Iesum. Hic erit magnus, hic erit magnus et Filius Altissimi vocabitur, et dabit illi Dominus Deus sedem David patris eius, et regnabit in domo Iacob in æternum, et regni eius non erit finis, non erit... non erit finis”.
Dixit autem Maria ad angelum: “Quomodo fiet istud, quoniam virum non cognosco?”.
Et respondens angelus dixit ei: “Spiritus Sanctus superveniet in te, et virtus Altissimi obumbrabit tibi: ideoque et quod nascetur ex te sanctum, vocabitur Filius Dei. Et ecce Elisabeth cognata tua et ipsa concepit filium in senectute sua, et hic mensis sextus est illi, quæ vocatur sterilis, quia non erit impossibile apud Deum omne verbum”.
Dixit autem Maria: “Ecce ancilla Domini; fiat mihi secundum verbum tuum”.
P.S.:
spero di non aver fatto troppi sbagli... Le ripetizioni sono quelle richieste dalla melodia. Ovviamente nel testo non ci sono. Al presente questo canto prevede l'intervento del popolo nella parte narrativa (verde), di un ragazzo nella parte dell'Angelo (azzurro) e di una ragazza nella parte di Maria (rosso)... Una delle 9 sere, però, Maria viene "affidata" a me...
STAIT ATÊNZ…
Quindi, se pensate di passare di qua per scrivere "spiritosaggini" a ruota libera, ve ne assumerete anche le eventuali conseguenze. Per parte mia, mi riterrò libera di intervenire se rileverò che si siano superati i limiti dettati dall'educazione e dal rispetto della dignità riconosciuta alle persone... TUTTE!
Sa ti va ben cussì bón… sennò piês par te!!! …tu pós ancje šindilâti: prat denant e selve daûr…
Dicevi??? ^-^
Sira degli Oedv Presiùs
Grazie Cri!!!
Embè...
Piuma nel Vento ringrazia OEdV!




