sabato 28 aprile 2012
Ci sono...
Mi sento perennemente in affanno e il tempo non mi basta più.
In ufficio sono oberata di cose da fare, in casa mi immobilizzo e non riesco a sbrigare tutto quello che dovrei e vorrei.
Il tempo libero non so dove ritagliarlo. O, quantomeno, è un tempo che dedico al riposo e mi rammarico di non riempirlo di cose che mi diano soddisfazione... o almeno che me ne diano l'illusione, visti i risultati del "fare tanto" di un non lontano passato.
Forse è solo colpa dell'età che sto vivendo... capita, no?
Ma io per prima so che devo darmi una mossa.
Per cominciare, ieri sera sono andata alla proiezione di un film dedicato alla mia Terra: "Carnia 1944. un'estate di libertà".
Un lavoro di grande pregio e stimolante di molte riflessioni.
Appena riesco a concentrarmi ne riparlerò.
Per il momento volevo solo dare un segno della mia esistenza in vita e dire che non ho abbandonato il blog.
Anche se le modifiche strutturali non mi piacciono per nulla e non ne vedo l'utilità.
domenica 9 agosto 2009
Da Sauris al Paradiso
E' stato un Matrimonio molto coinvolgente, e non solo per me, che, con il vezzo di sentirmi "mamma" di molti dei ragazzi che sono passati nei miei gruppi, mi sono emozionata fin dall'ingresso della Sposa per concludere degnamente nel momento di salutarli.
Poi, in realtà, la mia conclusione ha avuto un epilogo poco simpatico sul quale preferisco mantener una certa discrezione. Dico solo: Managgia all'emicrania!
In ogni modo, oggi parto per Sauris per una settimana dedicata ai ragazzi più grandi e, come spunti di riflessione, a San Pietro.
Venerdì notte, mentre salivo a recuperare mio figlio in modo che sabato mattina fosse presentabile al matrimonio (era anche uno dei testimoni della sposa...), ho pensato di lasciare sul blog, per il periodo della mia assenza, queste indicazioni su dove sono...
«Una nebbia leggera saliva dalle valli e le stelle impallidivano nel cielo dove da poco la luna era tramontata; l’ombra del tramonto della luna combatteva con l’alba. Dai camini del villaggio usciva il buon fumo di legna (…) L’umido del bosco, l’odore della terra umifera, i colori delle foglie dei faggi, del sorbo, del salicone, dell’ontano sul verde cupo degli abeti e lo splendore fiammeggiante di un ciliego selvatico (…) e il silenzio ingrandito dai brevi richiami degli uccelli di passo, dal batter d’ali di un tordo (…) Andare così per tutta la vita. Sempre.»
E' Mario Rigoni Stern a pennellare così efficacemente l’ambientazione, non svelandola, ma è noto che si tratta di Zahre, Sauris: piccolo paese della Carnia, nella regione Friuli Venezia Giulia; sporade linguistica germanica situata nella Valle del Lumiei - dal nome del torrente che vi scorre - tra i 1000 e 1400 metri di altitudine; abitata oggi da poco più di quattrocento persone che vivono tra le frazioni Sauris di Sotto, Sauris di Sopra e Lateis, la località La Maina e il borgo Velt.A Sauris non si passa, bisogna decidere di arrivarci; e forse è proprio questa particolare recondita posizione – nel cuore di un paesaggio alpino intatto tra l’azzurra profondità del lago e una favolosa catena di picchi - che da sempre conferisce al paese un chè di magico e misterioso, un’atmosfera fiabesca.
Del resto, la sua stessa nascita è spesso raccontata come in una favola: in un tempo molto lontano, quando la Carnia era ancora un gran mare di verde, tra le pieghe di queste montagne giunsero due soldati tedeschi in fuga, stremati e in cerca di un nascondiglio; affascinati dalla bellezza mozzafiato della vallata, desiderosi di lasciarsi alle spalle un passato di guerra e miseria, decisero di stabilirvi la propria dimora, l’uno a Sauris di Sotto, l’altro a Sauris di Sopra...
Così dunque i racconti tramandati oralmente probabilmente nelle lunghe notti invernali, attorno al fuoco, per incantare i più piccoli.
Probabilmente solo racconti, ma per noi che ogni anno ci trascorriamo una settimana incantata, tutto di Sauris è un racconto.
Incantevole come i paesaggi, rassicurante come i sorrisi dei Saurani che ci accolgono con affabilità, indimenticabile come le nostre esperienze, di anno in anno.
domenica 22 febbraio 2009
Prima che finisca il carnevale...
I costumi del Carnevale 2003 (dalle informazioni che mi sono giunte, pare che anche per questo carnevale non siano stati pensati e realizzati nuovi "argomenti"), erano dedicati al Gioco degli scacchi.
l'amore e l'odio,
il bianco e il nero"
La fatica di portare i costumi durante le sfilate è evidente dall'osservazione dell'imponenza della struttura ... ma è l'ultimo pensiero che passa per la testa quando li si vede incedere ondeggiando lungo la strada!Sarebbe davvero un gran peccato se questa tradizione non trovasse la sua strada per continuare a portare l'ingegno carnico in giro per il mondo.
Che ci si creda o no, ci vorrebbe il raccolto mondiale di frumento di un millennio e mezzo per soddisfare la richiesta (e non controllo la dichiarazione perchè non saprei da che parte cominciare)...
per indicare il numero degli Angeli:
che 'lnumero loro più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.
Paradiso, XXVIII, 91-93
martedì 21 ottobre 2008
Le castagne...

Un'antica leggenda narra di un piccolo paese di montagna i cui abitanti, molto poveri, non avendo di cosa mangiare, si rivolsero a Dio pregandolo di dar loro di che sfamarsi.
Il buon Dio, sentite le loro preghiere, diede loro una pianta da cui poter raccogliere frutti nutrienti da poter mangiare: il castagno. Ma il Diavolo, visto quello che Dio aveva fatto, per impedire che la gente potesse raccogliere i frutti, li avvolse in un guscio spinoso.
Gli abitanti del piccolo paese, presi dallo sconforto, ritornarono nuovamente a pregare Dio ed egli, sceso in mezzo a loro, fece il segno della croce e i gusci spinosi, come per miracolo, si aprirono.
Da quel giorno, quando è periodo, i frutti di questa pianta si aprono a croce.
Altre volte giocavamo a lanciarci indovinelli, riservando la prima citazione proprio alla castagna...
Sto chiusa in un riccio, ma non per capriccio.
Mi trovo in montagna, mi chiamo…
son di razza montagnina / dell'inverno son regina;
son dei bimbi la cuccagna / e mi chiamo la...
mercoledì 10 settembre 2008
Una bambina
Le comuni radici... non è solo una frase fatta...
Abbiamo respirato la stessa anima della natura.
Una bambina di prati, di boschi,
di acque, di fiumi, di ruscelli,
di viole, di bucaneve, di corgnoli maturi,
di farfalle colorate, di ghirlande di edera
sulla testa giocando da regina;
un mazzo di violette alla maestra;
fare il cristo gettandosi a braccia spalancate
nella neve fresca;
l'acqua gelata di un rivolo che scorre fra le dita dei piedi;
fragole sulle labbra per essere più bella,
e per orecchini ciliege rosse dal doppio gambo verdolino,
e il sole fra i capelli spettinati,
e a casa l'aspettava una bambola di stracci,
gli occhi due piccoli bottoni di madreperla viola.
Di questa bambina ho sempre nostalgia.
Imparando presto a chi avvicinarci e chi evitare, sia che fossero le donne di paese che ad ogni occasione pareva godessero a rinfacciarti qualche mancanza... magari allungandoti qualche gratuito scappellotto, sia che fossero alcuni uomini, pesanti nei commenti e negli sguardi... che magari allungavano pure loro le mani, sia che fossero coetanei con i quali non si riusciva a trovare troppa familiarità.
Abbiamo imparato che non si poteva tornare sempre dalla mamma a lamentarsi... anzi, talvolta se ne ottenevano nuovi rimproveri...
Abbiamo imparato che tutti possono tradirti e che talora, anche dolorosamente, il traditore puoi essere tu...
Abbiamo portato a casa ginocchia sbucciate e tenuto celato ferite dell'anima...
Abbiamo imparato a vivere con noi stessi anche in mezzo agli altri!
Crescere non è facile...
lunedì 18 agosto 2008
Ors di Pani: l'epilogo
Un sabato sera due sciatori bussarono alla porta dell'abitazione dell'Ors di Pani.Lo chiamavano "orso" per una spiccata ritrosia a scendere in piano…
I due sciatori, sfidando la bufera di neve che ha raggiunto in Pani l'altezza di un metro, s'erano arrampicati fin lassù per trascorrere la domenica in compagnia di sior Toni, che volentieri - a dispetto del nome di "orso" - apriva la porta della sua ospitale dimora a quanti raggiungevano il suo eremo.
L’uomo viveva con la figlia Maria, ma la donna non era in casa.
Invitati a cena e a trattenersi per la notte, i due ospiti, dopo alcuni convenevoli, lasciavano allo Zanella i loro zaini per recarsi presso uno stavolo a qualche centinaio di metri di distanza per salutare alcuni amici. Durante il cammino si imbattevano nella figlia dello Zanella, che stava rientrando da una gita a Tolmezzo, e alla donna confermarono che avrebbero trascorso la notte in casa loro.
Dopo circa mezz'ora i due sciatori si accomiatavano dagli amici per tornare all'abitazione dell'Ors: nell'oscurità fra un turbinio di neve, essi intravvidero, forse addossata alla porta della casa, una figura d'uomo che teneva fra le mani, con la canna rivolta a terra, un fucile; sulla schiena appariva la sagoma di uno zaino. Convinti che si trattasse del loro ospite, gridarono: "Toni, sei tu?".
Rispose una voce minacciosa: "Non sono Toni. Tornate subito indietro che qui non è affare per voi!"
Intimoriti dal perentorio tono dello sconosciuto, di cui non erano riusciti a conoscere il volto i due sciatori si allontanavano per dare l'allarme: ma nessuno degli abitanti di quella sperduta comunità, dove non è ancora arrivata la luce e dove si fa vita in comune con le mucche e le pecore, raccolse l'invito di andare a vedere di che si trattasse. E, forse, la paura ha avuto una parte determinante in questo mancato intervento, che avrebbe, chissà?, evitato la tragica fine di due persone.
Al mattino, con altri valligiani, i due tornarono nuovamente a bussare alla porta dello Zanella, ma senza ottenere risposta. L'uscio fu spinto e un raggelante spettacolo si presentò ai loro occhi. Maria Zanella giaceva a terra, in cucina, cadavere; era stata uccisa con un colpo di fucile da caccia esploso a distanza ravvicinata, in pieno petto. L'Ors di Pani non era in casa: la sua stanza appariva in ordine, mentre quella della figlia era stata messa sossopra: i tiretti dei mobili erano stati rovistati e gli indumenti sparsi qua e là. Sul comò, bene in vista, una scata di borotalco che conteneva braccialetti, anelli, orecchini e rottami d'oro di proprietà della donna, per un peso di circa un chilo.
La notizia del macabro rinvenimento, arriva subito a valle mentre ancora ci si chiedeva che fine avesse fatto l'Ors e quale relazione avesse la sua scomparsa con l'uccisione della figlia. A tale proposito furono avanzate dalla popolazione numerose ipotesi, ivi compresa quella di un possibile omicidio da parte del vecchio "patriarca di Pani", il quale, pur essendo sulla soglia dei settant'anni, era ancora un uomo robusto, energico, autoritario. Ed era nota, in paese e altrove, la natura dei suoi rapporti con la figlia, per cui erta quasi lecito supporre che la donna si fosse ribellata, ad un certo momento, al padre e che questi l'avesse uccisa in un impeto d'ira per poi fuggire sui monti.
In tutte le osterie, i bar e le case della Carnia c'era, domenica, chi scommetteva che il vecchio si sarebbe suicidato. Era un'opinione quasi generale, che aveva ragione d'essere in ordine, soprattutto, alla confusa situazione familiare dello Zanella.
Invece anche l'Ors è stato ucciso con lo stesso fucile dal quale partì la mortale scarica contro la figlia. Il suo corpo era sotto la spessa coltre di neve. Appariva orrendamente mutilato al volto e, sotto braccio, teneva due coperte. La mano destra, chiusa a pugno, stringeva il sostegno di una lampada ad acetilene. Non c'era accanto alcuna arma per cui si deve subito scartare l'ipotesi di suicidio.
Probabilmente, dunque, l’Ors di Pani era uscito di casa per preparare nel vicino stavolo il giaciglio degli ospiti; stava scendendo la scala a pioli, con le coperte sotto il braccio e la lampada accesa sulla destra, quando fu raggiunto dalla fucilata sparata a brevissima distanza, come testimoniano gli effetti della rosa di pallettoni "campagnolo" sul suo volto. Lo sventurato cadde all'indietro, mentre l'omicida si allontanava nella bufera, forse per completare il suo misfatto nella casa del vecchio, per timore che la figlia avesse sentito il colpo di fucile; o forse, in quel momento, la donna era già stata uccisa. Comunque lo stesso schioppo da caccia ha finito, nel giro di pochi minuti, padre e figlia.
lunedì 11 agosto 2008
L'Ors di Pani

La vicenda è ambientata in Carnia, in un contesto naturale del quale oggi si nota la bellezza ma che, ai tempi nei quali la storia è ambientata, rivelavano subito la durezza del vivere.
Il luogo si chiama Pani e del protagonista, un vero e proprio uomo-leggenda, si era quasi scordato il nome vero. Lui era “L’Ors di Pani”.
Il suo appellativo, per lunghi anni dopo la sua scomparsa, veniva usato quale spauracchio per i bambini e sinonimo di persona selvatica e solitaria: "Se non stai buono, ti porto dall'Ors di Pani=, oppure "Assomiglia all'Ors di Pani" si diceva di persona imponente, con barba e capelli lunghi.
La sua identità “ufficiale” parla di Antonio Zanella, nativo di Amaro nel 1887, cavaliere del lavoro, personaggio unico e noto per le sue stranezze e la ricchezza, che trovò una tragica fine nel marzo del 1955, quando fu trovato morto, assassinato assieme alla figlia.
La lunga barba incolta, i capelli rossicci arruffati, una certa originalità di comportamento giustificano il nominativo di Orso, ma in realtà gli si riconosce anche un comportamento schietto e generoso, aperto all'ospitalità di chiunque andasse dalle sue parti, e ad atti di concreta solidarietà, come quando donò due milioni alla latteria sociale e un milione all'asilo … ma questi aspetti incidono di meno sul fascino del racconto…
Ben più ricorrente l’accenno ad un episodio avvenuto durante uno dei suoi viaggi a Venezia.
Sedutosi ad un tavolo del famoso albergo “Danieli” si accorse che i camerieri manifestavano una certa agitazione e, intuendo che fosse legata al suo aspetto a dir poco "insolito" (sembrava poco più di un pezzente), Zanella ricoprì il tavolo occupato per il pranzo, con una distesa di banconote da 10mila lire.
Girava, poi, per le calli per visitare chiese e monumenti con lo zaino sulla schiena e gli scarponi ai piedi, attirando su di sè l'attenzione dei passanti.
Un altro episodio che veniva ricordato spesso è legato al periodo nel quale la Carnia era occupata dai cosacchi.
Sior Toni “scese in campo” da par suo. Destinò gran parte del suo gregge per sfamare la popolazione e i combattenti partigiani, che nascose e ospitò nella sua valle. Messo al muro dalle truppe cosacche, alla fine fu liberato presumibilmente in forza del suo aspetto quasi mistico. Anzi, ricevette in dono un colbacco bianco.
Non fu graziato, invece, nella notte del 5 marzo 1955.
Il "Patriarca della Carnia" e la figlia uccisi nella notte a colpi di fucile.
L'incontro di due sciatori con uno sconosciuto armato di doppietta - Le due scariche a distanza ravvicinata - Quale il movente dell'assassinio? L' Ors di Pani era noto in tutta la zona per la sua ricchezza e per le sue stranezze.
Così titolava il giorno dopo il quotidiano.
Questa conclusione, però, non veniva raccontata ai bambini… che la leggevano da grandi se era rimasta loro la curiosità del personaggio del quale avevano tanto sentito raccontare da piccini nelle proprie famiglie.
lunedì 14 aprile 2008
La volpe e il lupo
Cominciava così una delle favole che più ho ascoltato nella mia infanzia... Anzi, ora ve la racconto... in italiano, naturalmente.
Un giorno, di buon mattino, si trovarono per caso nel bosco, e siccome avevano fame decisero di fare un tentativo per andare a a mangiare in una casa lì vicino. La volpe disse:
La sera si incontrano ed entrano per una finestrella e cominciano a mangiare tutto quello che trovano.
Ma la volpe, più furba, mangiava senza tascurare di verificare di controllare di riuscire poi a passare dalle inferriate della finestra.
Il lupo, invece, continuava ad abbuffarsi.
Il padrone di casa, che aveva sentito dei rumori, scese dalla camera. La volpe subito scappò dalla finestra, si sedette fuori e si mise ad aspettare.

Intanto, in casa, il padrone visto il lupo, cominciò a picchiarlo di santa ragione. Gliene diede tante, ma tante, che non so neppure dirvi... ma alla fine il lupo riuscì a sottrarsi e a sgusciare dalla finestra.
La volpe, appena lo vide cominciò a fingere di avere un gran dolore ad una gamba così che il lupo, che desiderava solo allontanarsi da lì, se la caricò sulle spalle e si avviò.
Mentre il lupo camminava, la volpe canticchiava:
Daran dan, il malât al puarte il san!
(Daran dan, il malato porta il sano)
Il lupo comunciò a capire che la volpe fingeva di aver male e così, mentre attraversavano un fiume, ce la scaraventò.
La volpe prese ad urlare:
Lupo, salvami!
Ma il lupo, ridendo, cantava:
Daran dan, il malat al puarte il san...
E così la volpe si annegò e il lupo andò bello asciutto per i fatti suoi.
Per noi bimbi era una storiella allegorica sui pericoli delle bugie... ma oggi la leggo con altri significati.
Oltre a quello scontato del "malato" che aiuta il "sano", mi evoca anche l'on. Cetto La Qualunque:
W la politica dei fatti! Fatti i cazzi toi!
(un programma politico)
martedì 26 febbraio 2008
Storie di casa mia...
Nel contesto delle Mostre artistiche che allestiamo in un paesino della nostra Carnia, una signora del luogo ha raccolto e trascritto delle fiabe molto molto particolari... perchè non appartengono alla tradizione regionale ma proprio alla "cultura" del paese di Illegio... Il risultato è il libro "Cumierias di Memorie"... Solchi di Memoria.Il libro è un vero gioiello di sapienza antica e trasuda amore a ogni pagina, lo stesso amore con il quale le nonne ci accoglievano sulle loro ginocchia per incantarci con i loro racconti fantastici o per insegnarci a recitare le preghiere...
Le illustrazioni sono state eseguite da un artista russo, Pavel Tatarnikov, che si è recato in paese per "respirare" l'ambientazione delle storie e ci ha davvero regalato una magia...
Le storie sono scritte nella parlata tradizionale del paese (friulano con le personalizzazioni illegiane, insomma) e in italiano.
Memorie di pietre e parole, è il titolo del racconto/introduzione che apre il libro...
C'era una volta in un'epoca molto remota un popolo selvatico e fiero. Esso abitava i pianori soleggiati sui monti che racchiudono in una sorta di naturale fortificazione la conca di Illegio.
Si cibavano di ciò che offriva il bosco e il suolo. Costruivano arnesi, dissodavano, edificavano per ripararsi dalle intemperie e per difendersi dai pericoli di ogni specie.
La valle era verde, ricca di acque e si accendeva, a sera, di un polverio dorato, quando l'astro del sole andava a riposarsi oltre la cresta dei monti.
Gli abitanti della valle non sapevano di Dio, nè alcun angelo con la spada fiammeggiante era mai venuto a cacciarli da quell'angolo nascosto di Paradiso - e chissà, forse quello era, in piccolo, il primo tentativo uscito dalle mani dell'Eterno al tempo in cui aveva intrapreso la Creazione. Tuttavia intuivano nel loro cuore di dover rendere grazie allo Spirito che si celava nelle cose.
Veneravano la natura e ciò che essa contiene. E segnavano i pozzi e le fonti che purificano e liberano dai malefici. E s'inchinavano davanti agli alberi abitati da folletti e spiriti.
"Fate l'inchino davanti al sambuco, bambini, perchè esso è una pianta sacra che procura salute".
Gli anziani della valle ammaestravano i figli attorno al fuoco, raccontavano le paure, intessevano le fantasie. E i figli ripetevano ai propri figli. Così le memorie della valle e dei suoi abitanti sono giunte fino a noi.
Memorias di pieras e peraulas
A ere 'ne vôlte in tune jete lontanone une int salvadie e mastine. A viveve sui plans soreglâs das monts ch'a sierant cun tune sorte di fuartece natural la valade di Dieç.
A si nudrive di dut ce ch'a procuravant il bosc e la cjere. A faseve imprescj, a savoltave i cjamps par rigjavâ il sostentament, a tirave su ricoveros cuintri stravintas e pericui di ogni gjenar.
La val a ere verde e siore di âgas, a s'impiave sore sere di un pulvin indorât con' che il sorêli al lave a mont daur la creste das monts. La int da val no saveve nue di Diu né l'agnul cu la spade di fûc iu veve parâts fûr da che cjanton scuindut di Paradîs - e cui sa ch'a nol sêdi stât propi chel puestut alì il prin imparatizi di Diu con' ch'al veve metût man a Creazion. Però a vevant scrit in tal cûr intune forme dal dut naturâl il lôr agrat al Spirit scuindut in dutas las roubas, chel che dut al mouf, cîl e cjere, âgas, plantas e pieras. A'nd ere lûcs sacrâi sore ducj i lûcs, a erant las poças, las risultivas e las âgas ch'a netant l'anime e il cuarp e a deliberant das maluserias. I anzians a insegnavant a fâ l'inchin denant i arbui visitâs da sbilfs e spiritus.
"Faseit l'inchin denant dal savût, fruts, ch'a è plante sacre ch'a procure salût."
I anzians da valade a insenavant ator il fûc; atêse di vite e pouras, memorie e storias a incjessevant denant i voi dai fîs la trame simpri compagne dal vivi.
E i fîs las contavant ai lôr fîs. Cussì las memorias da int da valade a son rivadas a nou.
lunedì 4 febbraio 2008
... altri Sbilfs
FOLLETTI DEI BOSCHIGli Sbilfs amano gli alberi tanto che alcuni di loro abitano in noccioli, querce e ontani. Gli agricoltori sanno che bisogna sempre lasciare sull’albero un frutto come dono per lo Sbilfs che vi abiterà. Nei boschi gli Sbilfs riescono a trovare i fiori e le erbe a loro più utili.
Il Gan o Gjan ha una corporatura tozza e massiccia. Ha un carattere pacifico e servizievole ed è un grande amico dei montanari e dei loro animali da soma. Dorme su un letto di muschio, al riparo di un tronco caduto oppure nelle caverne su un letto di foglie secche. Durante la bella stagione si veste con pelli e cortecce, mentre d’inverno si copre con pelli d’animale. Mangia di tutto, ma preferisce il formaggio vecchio.
Il Mazzarot è famoso per la sua risata beffarda. Preferisce i boschi ricchi di ceppi e grovigli, dei quali assume la forma. Quando si mimetizza fa l’occhiolino se
viene scoperto da un amico, mentre diventa di legno se viene scoperto da persone che lo disturbano. Di solito però ama vestirsi di rosso. E’ un folletto molto dispettoso e si diverte a rovesciare il latte o a condurre il bestiame in luoghi impervi, per poi abbandonarlo, solo per il gusto di far disperare i pastori.
Il Massaroul di Tintai vive sopra il villaggio di Tintai (Forni di Sopra); è molto dispettoso e per difendersi dai suoi dispetti è meglio appendere sulla porta una vestina rossa, perchè non ama questo colore, anche se indossa una calzamaglia rossa! Mangia frutti del bosco e il radicchio di monte, è il suo cibo preferito. Ha una compagna di nome Ridusuela, gelosissima, che porta abiti di stoffa a quadrettoni rosso-blu e si riconosce perché indossa una cuffia ornata di campanellini. Nel tardo autunno la coppia cade in un semi letargo sotto un mucchio di foglie secche per poi svegliarsi in primavera.
FOLLETTI DELLA CASA
Il Licj è uno Sbilf che preferisce i luoghi chiusi. E’ trasandato nel vestire, ma ama molto i cappelli piumati con tese ampie. La sua passione è scucire vestiti, tende, scarpe e poi vedere la reazione dell’uomo a cui ha fatto il dispetto. Adora mangiare una polentina tenera con il latte freddo, il “zûf”.
Il Brau o Braulin è uno Sbilf che abita nei villaggi; è molto dispettoso e si diverte ad aggrovigliare tutte le corde o i lacci che trova. Si riconosce perché è piccolo, scuro e molto scattante nei suoi movimenti.
FOLLETTI DELLA STALLA
Il Bagan è lo Sbilf che vive nella stalla, poiché ama molto gli animali domestici. E’ molto buono, ma come tutti gli Sbilfs, è alle volte dispettoso: rovescia il latte o nasconde qualche oggetto al contadino. E’ importante avere un po’ di pazienza ed offrirgli latte, panna ed un “cjarson” il giorno di martedì grasso.
FOLLETTI DEI CAMPI
Il Pavar è un folletto che abita i campi coltivati, ama moltissimo la natura ed aiuta chi dimostra rispetto verso tutte le creature. Non sopporta invece chi rovina la natura e fa capitare a queste persone guai di ogni genere. Cura con molto amore tutte le coltivazioni di fagioli, che sono anche il suo cibo preferito.
Per concludere... non so perchè, ma a me piace moltissimo il Licj...domenica 3 febbraio 2008
Gli (e Le) Sbilfs
La mia splendida Carnia, oltre alle affascinanti storie legate al passaggio dei Celti sul suo territorio e alle astruse storie legate alla permanenza della mia famiglia nei suoi paesi, è ricchissima di leggende.
Una di queste leggende narra che questa terra sia abitata dagli SBILFS, folletti dei boschi, indiscussi protagonisti dell'immaginario locale e dei racconti tramandati oralmente da padre in figlio.
Gli Sbilfs coabitano con gli uomini da sempre: sono nelle nostre vecchie case, nelle stalle e nei fienili. Si nascondono negli anfratti, nelle ceppaie, nelle profondità dei boschi o si mimetizzano perfettamente con il terreno. Sono inafferrabili e intelligenti, nervosi, scattanti, agili o grassottelli, sempre bizzarri e burloni. Benèfici o diabolici, contemplativi o aggressivi, ma sempre giocherelloni….
Essi sono folletti di natura fondamentalmente benevola. Amano moltissimo la natura e non sopportano l’inquinamento. Preferiscono assumere forme molto vicine all’uomo, ma hanno sempre una particolarità che li distingue: per es. i piedi caprini o assenti o girati, orecchie a punta, occhi rossi o verdi.
Di solito sono invisibili, ma possono farsi vedere dai bambini o da qualche persona molto semplice e ingenua. Pare, poi, che a rendere visibile l'invisibile mondo dei piccoli gnomi, siano i poteri conferiti da una corona di primule intrecciate, da indossare al collo. Bisogna però stare attenti a non farsi attrarre dal loro mondo, perché potrebbe essere molto pericoloso! E’ proprio per questo che da secoli si conoscono degli antidoti per evitare che questo possa accadere, come avere oggetti di ferro, sale, indossare vestiti rivoltati, portare un campanellino oppure avere delle piante e dei fiori, come il sorbo, la margherita, l’erica.
Secondo un adagio popolare «Meno mangiavi e più Sbilfs vedevi».
(continua)
mercoledì 23 gennaio 2008
... e la magia continua...
Infatti, ecco un altro esempio della maestria dei componenti dell'Associazione Sportiva e Culturale di Ravinis.I costumi che potete ammirare su questo post, sono stati realizzati per il carnevale 2004, e il gruppo li ha presentate cosi:
al bianco della neve, alla luce dei ghiacci,
alla magia dell'inverno.
"Freddo, neve e ghiacci" sono scolpiti in un cristallo di neve, dove riflessi e trasparenze sono animati da una soffice nevicata. Come in un gioco d'inverno, ispirato ai bellissimi paesaggi invernali della Val d'Incarojo, il passo soave della neve si illumina di tutti i colori del ghiaccio e le luci si intrecciano in una delicata sfumatura tra bianco ed azzurro. E' un costume molto accattivante, delicato, interamente ideato e realizzato a mano dal gruppo di Ravinis per l'edizione del carnevale 2004 e particolarmente apprezzato per l'interpretazione e l'effetto scenografico.

Yuko Akita aveva due passioni.
L'haiku.
E la neve.
L'haiku è un genere letterario giapponese. E' una breve poesia di tre versi e diciasette sillabe. Non una di più.
La neve è una poesia.
Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri.
Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio.
Ha un nome. Un nome di un candore smagliante. Neve.
da "Neve" di Maxence Fermine
martedì 22 gennaio 2008
Guriùz, magia del bosco
Il risultato è un'interpretazione artistica della natura nelle sue molteplici forme, nell'armonia con la fantasia dei racconti e nel rispetto delle immaginarie ambientazioni. Il minuzioso lavoro artistico, l'oro di un prezioso intaglio e gli eleganti colori autunnali, disegnano così l'espressione, la storia e il mistero di un'eterna leggenda.
Ma, al di là delle descrizioni forbite, l'effetto è proprio BELLO... non vi pare?
STAIT ATÊNZ…
Quindi, se pensate di passare di qua per scrivere "spiritosaggini" a ruota libera, ve ne assumerete anche le eventuali conseguenze. Per parte mia, mi riterrò libera di intervenire se rileverò che si siano superati i limiti dettati dall'educazione e dal rispetto della dignità riconosciuta alle persone... TUTTE!
Sa ti va ben cussì bón… sennò piês par te!!! …tu pós ancje šindilâti: prat denant e selve daûr…
Dicevi??? ^-^
Sira degli Oedv Presiùs
Grazie Cri!!!
Embè...
Piuma nel Vento ringrazia OEdV!


